Cisterna in cemento: perché non si estrae come una di acciaio
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Una cisterna in calcestruzzo gettata in opera non è un contenitore calato in una buca: è una struttura costruita lì dentro, spesso a più camere e a volte solidale con il fabbricato. Da questo discendono una lavorazione diversa, un rifiuto che va classificato e non stimato, e un peso molto maggiore delle analisi sul terreno.

Il serbatoio in acciaio è un oggetto: un cilindro fabbricato in officina, portato in cantiere su un camion e calato in una buca. Quando arriva il momento di toglierlo, quel momento dura quanto un sollevamento: si scava attorno, si tagliano le tubazioni, si aggancia, si tira su e si carica. Il resto dell'intervento — svuotamento, lavaggio, disgassificazione, analisi — è lungo, ma l'estrazione in sé è un gesto.
La cisterna in cemento non è un oggetto, è un'opera. Quasi sempre è gettata in opera, cioè costruita dentro lo scavo, con le pareti casserate contro il terreno e una soletta posata sopra. Le più vecchie hanno più camere divise da setti, per decantare o per tenere separati combustibile e acqua. Non è mai arrivata in cantiere: è nata lì. E una cosa nata lì, di lì non esce intera.
Non è una differenza di prezzo, è una differenza di mestiere: chi preventiva una cisterna in cemento col listino dei serbatoi in acciaio sta preventivando un altro lavoro.
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Perché non esce intera
Il calcestruzzo armato regge benissimo a compressione e molto male a trazione. Una struttura pensata per stare ferma sotto terra, spinta dal terreno su tutti i lati, non è pensata per essere sollevata: appena la si mette in tiro si fessura, e si sta movimentando un blocco che si sta rompendo. E gli spessori di una cisterna vecchia non li conosce nessuno finché non si scava.
Poi c'è il motivo peggiore da scoprire tardi: molte cisterne in cemento non stanno accanto al fabbricato, ci stanno dentro. La parete può essere il muro controterra di un locale interrato, può appoggiare su una fondazione o farne parte. In quei casi toglierla non significa svuotare un contenitore, significa rifare una struttura: va verificato prima, e da chi guarda l'edificio, non solo il serbatoio.
Caduta l'estrazione integra restano due strade: demolire in sito, oppure bonificare e riempire lasciando il vuoto dov'è.
Demolire in sito vuol dire lavorare là dentro
La demolizione viene dopo la bonifica del contenitore, mai prima: prodotto residuo tolto, fanghi di fondo aspirati, lavaggio, disgassificazione, misura dell'atmosfera. Solo allora si apre e si comincia a rompere.
La differenza con l'acciaio sta nel numero di volte in cui qualcuno entra. In un serbatoio metallico si entra per pulirlo, e basta. In una cisterna in cemento da demolire si lavora dentro, o a ridosso, per tutta la durata della demolizione; e ogni camera è un ambiente a sé, con la sua atmosfera, da bonificare e misurare separatamente. Un setto che divide due camere non è un muro qualunque: dall'altra parte può esserci un volume che nessuno ha mai aperto.
Resta quindi in piedi per intero il regime degli ambienti confinati — articolo 66 del decreto legislativo 81/2008 e DPR 177/2011 — con la qualificazione dell'impresa e la procedura di lavoro che comprende in anticipo la fase di soccorso. Su quello c'è un articolo a parte: qui basta dire che una cisterna a più camere moltiplica gli ingressi, non li riduce.
Il materiale che esce non è "macerie"
Qui sta l'errore che costa di più. Il calcestruzzo di una cisterna che ha contenuto gasolio per decenni non è inerte per definizione: è poroso, e assorbe. La parte interna delle pareti può quindi essere impregnata, e quel materiale va classificato per quello che è, non per quello che sembra.
Nell'elenco europeo dei rifiuti il cemento da demolizione sta alla voce 17 01 01. I miscugli di cemento, mattoni, mattonelle e ceramiche stanno alla voce 17 01 07 se non contengono sostanze pericolose, e alla 17 01 06 con l'asterisco — cioè come rifiuto pericoloso — se le contengono. L'asterisco cambia tutto: impianto di destino, documentazione, costo. Il ferro d'armatura, separato, ha una voce sua, la 17 04 05; la terra dello scavo ha le sue, 17 05 04 e, con l'asterisco, 17 05 03.
La classificazione si fa con le analisi, non a occhio, e ricade su chi il rifiuto lo produce; ogni viaggio poi si muove col formulario dell'articolo 193 del Testo Unico Ambientale. Un preventivo che liquida tutto come smaltimento macerie a forfait sta indovinando un numero che in quel momento non può conoscere nessuno.
Perché il terreno pesa di più
Su un serbatoio in acciaio la domanda "ha perso?" ha spesso una risposta che si vede: si guarda la lamiera, si cercano i punti di corrosione, si capisce da dove. Su una cisterna in cemento no. Le vie di fuga di una struttura gettata in opera sono le riprese di getto, il giunto fra parete e fondo, le fessure da ritiro e i passaggi delle tubazioni: cose che dall'esterno non si leggono e che, a cisterna aperta, non sempre si vedono dall'interno.
Quindi qui la verifica si sposta quasi per intero sul terreno. Non è una voce in più del preventivo, è l'unico modo di sapere qualcosa. E il momento giusto è prima: conoscere lo stato del terreno prima di aprire il cantiere cambia il progetto, scoprirlo a scavo aperto cambia soltanto il conto. Se i valori superano le soglie la partita si sposta dalle regole sui rifiuti a quelle sulla bonifica dei siti contaminati, cioè alle procedure dell'articolo 242 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152.
Quando riempirla è la strada praticabile
Volume grande, struttura solidale con il fabbricato, nessun accesso per un mezzo di demolizione, terreno verificato che non dà segnali: è la combinazione in cui il riempimento con materiale inerte, dopo bonifica completa del vuoto, smette di essere la scorciatoia e diventa la soluzione tecnicamente sensata. Sul confronto fra le due strade c'è un articolo dedicato.
Una cosa però va detta qui, perché sulle cisterne in cemento pesa più che altrove: quale delle due strade sia ammessa non lo decide una norma nazionale. Il regolamento che c'era, il decreto del Ministro dell'ambiente 24 maggio 1999, n. 246, è stato annullato per intero dalla Corte costituzionale con la sentenza 5-19 luglio 2001, n. 266, e da allora la materia vive nei regolamenti regionali e comunali. Cambia da un comune al confinante, e diversi regolamenti ammettono il riempimento in sito solo previa dimostrazione che l'estrazione è tecnicamente impossibile. Quella dimostrazione è una relazione tecnica: chiedi chi la scrive e chi la firma.
Le domande al preventivo scendono da qui: se qualcuno ha guardato la cisterna come struttura — quante camere, che spessori, se regge qualcosa — o se il prezzo è nato dal volume in metri cubi; come verrà classificato il calcestruzzo di risulta, e cosa succede al prezzo se il codice viene fuori pericoloso; e cosa resterà là sotto quando il cantiere se ne va, perché qui la risposta "niente" non è scontata.
Fonti: elenco europeo dei rifiuti, capitolo 17, di cui alla decisione della Commissione 2014/955/UE, consultata su EUR-Lex (voci 17 01 01, 17 01 06*, 17 01 07, 17 04 05, 17 05 03*, 17 05 04); decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, articoli 193 e 242; decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, articolo 66; DPR 14 settembre 2011, n. 177; decreto del Ministro dell'ambiente 24 maggio 1999, n. 246, annullato dalla Corte costituzionale con sentenza 5-19 luglio 2001, n. 266. L'ammissibilità del riempimento in sito in alternativa alla rimozione, e la documentazione tecnica richiesta per dimostrarla, sono stabilite da norme regionali e comunali e vanno verificate al Comune e all'ARPA competenti.
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