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Serbatoi Interrati

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Nel serbatoio c'è acqua: da dove entra, e perché cambia il preventivo della bonifica

6 min di lettura

L'acqua sul fondo di una cisterna interrata arriva per condensa, dall'alto o dalla falda, e ciascuna delle tre strade racconta una storia diversa. In tutti i casi, quell'acqua è un rifiuto: non si scarica, non si versa e non si dimentica.

Serbatoio cilindrico sollevato durante la rimozione

Quando si apre il passo d'uomo di una cisterna interrata dismessa, quasi mai si trova quello che il proprietario si aspetta. Non c'è «un po' di gasolio»: c'è uno strato liquido stratificato, con il combustibile invecchiato sopra, un'emulsione torbida al centro e, sul fondo, acqua e fanghi. La domanda che arriva subito dopo è sempre la stessa: e l'acqua da dove è entrata? Ha tre risposte, e non sono equivalenti.

La prima è la condensa, e riguarda anche i serbatoi perfettamente sani. Un serbatoio respira: quando il livello scende, entra aria dallo sfiato; quell'aria è umida, e quando incontra la parete metallica più fredda l'umidità condensa e cola. L'acqua è più densa del gasolio, quindi scende sul fondo e ci resta. Non serve nessun guasto: bastano un serbatoio tenuto mezzo vuoto per anni e le escursioni termiche fra il giorno e la notte. È il motivo per cui perfino le cisterne di cui nessuno ha mai sospettato niente, aperte dopo dieci anni di inattività, hanno un fondo bagnato.

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La seconda è l'infiltrazione dall'alto, ed è la più banale e la più frequente nei giardini. Il pozzetto che contiene il passo d'uomo si assesta con gli anni e finisce sotto il livello del prato; il coperchio si crepa, la guarnizione del bocchettone di carico si secca, lo sfiato perde il suo cappello. A quel punto ogni temporale versa acqua piovana dentro un contenitore che dovrebbe essere chiuso. Si riconosce perché è acqua «pulita», spesso con terra e foglie, e perché il pozzetto racconta da solo la storia: si vede il segno del livello, si vede la ruggine che cola dal punto di ingresso.

La terza è quella che nessuno vuole sentirsi dire: l'acqua di falda. Se il piano di posa del serbatoio è sotto il livello della falda o della circolazione idrica sotterranea stagionale, e la lamiera è forata, l'acqua entra. E qui va detto un fatto che conviene mettere a fuoco subito, perché è il cuore della faccenda: un foro non è una valvola. Un serbatoio che lascia entrare acqua è un serbatoio che, quando i livelli o le pressioni si invertono, lascia uscire prodotto. Trovare acqua di falda dentro una cisterna non è una curiosità idraulica: è la prova, sotto gli occhi, che il contenitore non è a tenuta. Da lì in avanti l'indagine sul terreno smette di essere facoltativa.

Prima ancora della legge, l'acqua fa danni suoi. All'interfaccia fra acqua e combustibile la corrosione interna lavora molto più in fretta che sulle pareti asciutte, ed è proprio su quella linea che le cisterne di acciaio si assottigliano e cedono. La stessa interfaccia è l'ambiente ideale per la proliferazione microbica che i manutentori chiamano volgarmente «alga del gasolio»: non è un'alga, ma produce esattamente quello che si vede sul fondo, una melma scura che intasa i filtri, blocca i bruciatori e trasforma un residuo liquido in un fango da aspirare. Se il serbatoio è ancora in uso, il primo segnale di solito non è l'acqua: è il filtro della caldaia che si sporca ogni tre settimane.

Poi comincia la parte che decide il preventivo. L'acqua contaminata da idrocarburi, tolta da un serbatoio, è essa stessa un rifiuto. Non è un'opinione: l'articolo 183 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, definisce rifiuto «qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l'intenzione o abbia l'obbligo di disfarsi». Quel liquido nessuno lo vuole e nessuno lo può riusare: è un rifiuto dal momento in cui esce dalla cisterna, con tutto quello che ne consegue in termini di trasportatore autorizzato, impianto di destino e documento che li lega.

Vale la pena capire perché non possa seguire la strada più comoda, cioè la fognatura. Il decreto legislativo 152/2006, all'articolo 74, comma 1, lettera ff), definisce «scarico» «qualsiasi immissione effettuata esclusivamente tramite un sistema stabile di collettamento che collega senza soluzione di continuità il ciclo di produzione del refluo con il corpo ricettore acque superficiali, sul suolo, nel sottosuolo e in rete fognaria». La parola che chiude la porta è «senza soluzione di continuità». Un'autobotte che aspira e porta altrove interrompe la continuità: quindi non è uno scarico, è un trasporto di rifiuti, e si governa con le regole dei rifiuti. Chi propone di «buttarla nel pozzetto tanto è acqua» sta proponendo un'altra cosa, che ha un nome nell'articolo 192: l'abbandono e il deposito incontrollati di rifiuti sul suolo e nel suolo sono vietati, ed è «altresì vietata l'immissione di rifiuti di qualsiasi genere, allo stato solido o liquido, nelle acque superficiali e sotterranee». Il comma 3 dello stesso articolo aggiunge che chi viola quei divieti è tenuto alla rimozione e al ripristino dello stato dei luoghi «in solido con il proprietario e con i titolari di diritti reali o personali di godimento sull'area» cui la violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa. Il proprietario del giardino, cioè, ci finisce dentro insieme all'impresa.

E la sanzione non è simbolica. L'articolo 256 punisce con l'arresto da tre mesi a un anno o con l'ammenda da duemilaseicento a ventiseimila euro chi effettua attività di raccolta, trasporto, recupero, smaltimento, commercio e intermediazione di rifiuti in mancanza della prescritta autorizzazione o iscrizione, con la reclusione da uno a cinque anni se i rifiuti sono pericolosi. Il comma 1-bis eleva la pena alla reclusione da uno a cinque anni, fra l'altro, quando dal fatto deriva pericolo di compromissione o deterioramento delle acque, oppure quando il fatto è commesso «in siti contaminati o potenzialmente contaminati ai sensi dell'articolo 240». Un giardino con una cisterna che perde è, per definizione, un candidato a quella categoria.

Tutto questo si traduce in tre cose molto concrete sul preventivo. La prima è il volume: quello che paghi non è il gasolio rimasto, sono i litri complessivi di liquido da aspirare, e in una cisterna che ha imbarcato acqua per anni l'acqua può essere la parte maggiore. Un preventivo che stima il residuo «a occhio» dal libretto della caldaia è un preventivo che verrà rifatto in cantiere. La seconda è la caratterizzazione del liquido: acqua, gasolio ed emulsione non finiscono necessariamente nello stesso posto né hanno lo stesso costo di trattamento, e come vengono classificati e codificati lo stabilisce chi gestisce il rifiuto sulla base delle analisi, non il proprietario di casa. La terza è che la presenza di acqua di falda dentro il serbatoio sposta il baricentro del lavoro: non è più solo svuotare e togliere, è capire cosa è successo fuori. È a quel punto che entrano in gioco l'articolo 242, con le misure di prevenzione entro ventiquattro ore e l'indagine preliminare, e l'articolo 245, che impone al proprietario o al gestore che rilevi il superamento, o il pericolo concreto e attuale del superamento delle concentrazioni soglia di contaminazione, di darne comunicazione a regione, provincia e comune.

Una nota finale, e non è un dettaglio. Un serbatoio con acqua dentro non si riempie di materiale inerte «così com'è» per chiudere la pratica: prima va svuotato di tutto il liquido, lavato e disgassato, e i fanghi vanno portati fuori. E anche ammesso che tutto sia fatto a regola d'arte, se il serbatoio si possa lasciare sotto oppure vada estratto non lo decide una norma nazionale unica: sui serbatoi interrati dismessi le regole sono in larga parte regionali e comunali. Prima di scegliere, si chiede all'ufficio ambiente del Comune e all'ARPA competente.

Fonti: decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, articoli 74, 183, 192, 240, 242, 245 e 256, testo vigente consultato su Normattiva. La classificazione e la codifica del rifiuto liquido estratto dal serbatoio dipendono dalle analisi e sono responsabilità del produttore e del gestore autorizzato. Le regole su dismissione, riempimento in loco e comunicazioni relative ai serbatoi interrati sono regionali e comunali e vanno verificate al Comune e all'ARPA competenti.

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